Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 2)

Prosegue il diario di bordo… (leggi la prima parte )

Sabato 13 agosto 2011:  visita al Museo nazionale del popolo Amhara, uno sguardo a Bahir Dar e alla comunità di diaconi ortodossi sul lago Tana.

Ieri abbiamo visitato il Museo nazionale del popolo Amhara, una costruzione monumentale sulle rive del Nilo azzurro. Un’icona dell’orgoglio di un popolo che ti avvolge per tutto il susseguirsi di sale dove sono esposte le foto, sbiadite e impregnate di storia, in cui si narra la dura lotta di emancipazione che ha attraversato la vita di questa immensa terra africana.

Dalla caduta del Negus Hailé Selassié, all’ascesa del regime di Menghistu fino al successivo insediamento dell’attuale governo di Melles Zenawi. Anche se non si capiscono le didascalie, si respira l’evolversi degli avvenimenti attraverso le immagini di donne e uomini (tutti rigorosamente armati di kalashnikov e bazooka) riuniti in poderose e affollate assemblee, dove, con gli strumenti tecnici dell’epoca (microfoni e radio stazioni militari) partecipano a vigorosi dibattiti in cui si discute del destino di una nazione e del suo popolo.

PRIMA RIUNIONE DEL COMITATO DI LIBERAZIONE      FRONTE DI LIBERAZIONE AHMARA

Immagini anche drammatiche di rifugi affollatissimi in gallerie e anfratti delle montagne circostanti, fino alle immagini che richiamano al film Teza del regista etiope Hailè Gerima, in cui i militanti del Fronte di Liberazione nazionale tengono assemblee nei villaggi per spiegare l’importanza “del potere popolare”, un potere pero’ privo del protagonismo cosciente che emerge dai volti di vecchi contadini che guardano stupiti i loro “educatori” e di donne che proteggono i loro figli dall’ “obbligo” di prestare il servizio militare sui fronti di guerra (un obbligo spesso precursore di immani tragedie familiari ). E qui ti viene da riflettere sul dogmatismo meccanicistico di rivoluzioni “importate” prive dell’anima del popolo che dovrebbe esserne l’artefice cosciente.

RIFUGIO       ASSEMBLEA DI VILLAGGIO

Grande sorpresa e commozione quando, in una delle foto in cui professori universitari tengono lezione sui cambiamenti del paese, appare la figura di un vecchio fratello di Tena,(la referente del nostro partner in Etiopia),  Mekonnen, medico del fronte di liberazione Amhara, deceduto qualche anno fa negli Stati Uniti.

Le immagini più emblematiche sull’anima di questo popolo sono rappresentate dalla numerosa partecipazione delle donne(giovani e non) ai congressi assembleari, non c’é documento fotografico in cui manchi la presenza (anche attiva) delle donne.

LE DONNE VOGLIONO CAPIRE      DONNE IN ASSEMBLEA (anni '70)

D’altronde, che le donne in Etiopia siano un valore aggiunto alla dignità di questo popolo lo percepisci camminando per strada e osservando che tutte le donne difficilmente camminano con lo sguardo verso il terreno o verso il vuoto, come spesso si nota in occidente dove molte donne, in una forma di autoprotezione psicologica, tengono lo sguardo verso il basso.

Qui ti guardano direttamente negli occhi e spesso sorridono.

Le ultime sale del museo sono un’ esplosione di colori vivaci e ben selezionati su tele e su pelli che rappresentano le icone della devozione cristiano ortodossa coniugata con sequenze di vita quotidiana (un’ “Ultima cena” che ricorda il famoso dipinto di Leonardo da Vinci, le raffigurazioni di San Giorgio che uccide il drago, la sequela dei santi onorati dalla chiesa ortodossa, fino a dipinti di arte astratta e moderna, sempre caratterizzati dalla rappresentazione del vivere quotidiano come la raccolta del teff, il pascolo, il canto, il ballo).

Finita la visita, sotto il solito diluvio “biblico” si ritorna a casa con il Bajaj (l’ape ricoperto che sostituisce il taxi) e passando sopra il ponte del Nilo azzurro, scorrendo con lo sguardo le rive del Lago Tana, ti resta l’emozione di aver conosciuto una parte della storia di questo popolo che nessun colonialismo è mai riuscito a dominare, se non marginalmente. Infatti, basti pensare che in Etiopia la lingua nazionale è l’amarico, lingua autoctona, mai sostituita dalla lingua dei colonialisti come successo purtroppo in altre terre d’Africa.

Si entra dalla parte più moderna di Bahir Dar, maestosi palazzi governativi e alberghi per “turisti” (ferengj) che offrono tutte le comodità. Note stonate di questo sfarzo sono le esili figure di storpi e disabili che sotto un telo di plastica, accovacciati fra una palma e l’altra ben curate, lungo il ciglio della strada, chiedono aiuto o il conforto di qualche birr.

Mentre viaggi sui sobbalzi del bajaj, sulle rive del lago Tana emerge una piccola cittadella (sette-otto tucul: abitazioni di forma cilindrica, con tetto conico di paglia, diffusa in Africa orientale) che ospita una esigua comunità di diaconi della chiesa ortodossa.

Christian mural painting at island monestary, Lake Tana, Ethiopia

Abbot with cross bearing image of Jesus, Ancient Orthadox monistary, Lake Tana, Ethiopia

Costoro vagano ogni mattina porta a porta, annunciandosi con la voce che manda lodi a questo o quel santo. La risposta è la consegna delle rimanenze di cibo del giorno prima, che i diaconi mettono in un sacco di juta. Poiché ne passano molti durante la giornata, i più sfortunati si sentono dire “atkom”, che significa “non aspettare”, è il segnale per passare ad un’altra porta forse più favorevole. Questi diaconi (giovani dai 15 ai 18 anni) passano la vita fra la preghiera, la meditazione e la raccolta del pane quotidiano camminando tutto il giorno fra i quartieri della città. Nessuno si rifiuta di dar loro qualcosa se non perchè in quel momento non c’è nulla a disposizione. Qui del cibo avanzato non si getta nulla, c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno!

Qui la “solidarieta” non è un valore da apprendere ed elaborare, è insita nella sostanza umana di questo popolo. È una dote, questa, che contrasta con il giudizio improprio con cui viene etichettata una apparente “pigrizia” e concomitante “invidia” degli uomini di questa terra d’Africa di fronte all’opportunità di affrancarsi da una vita di stenti. È un aspetto fenomenico dei comportamenti di molti etiopi che ha una sua radice ed una sua sostanza (che non coincide col fenomeno enunciato). Quella che sembra pigrizia non è che il consolidamento di una sorta di “impossibilità” a realizzare migliori condizioni di vita, accompagnata da una forma di sofferenza interiore mascherata dal sentimento dell’ “invidia” verso coloro che hanno avuto la possibilità di percorrere strade  più favorevoli per la loro esistenza. E questi sentimenti si sintetizzano in quella caratteristica propria di molti uomini d’Africa che è il “fatalismo”, sintomo di un affrancamento  desiderato ma irraggiungibile perchè privi degli strumenti idonei. Ma se tu vivi con questa gente, entri nei loro problemi, ne condividi l’anima, li sostieni nel cercare opportunità di esistenza migliore, trovi immediatamente la loro comprensione e la loro riconoscenza nell’aver saputo dar loro le stampelle per reggersi da soli. Anche questa è una lotta di liberazione. Cercare insieme e creare insieme opportunità di lavoro apre prospettive di esistenza che queste donne e questi uomini sanno gestire autonomamente.

Anche questa è una sfida che dobbiamo affrontare nel nostro lavoro del “creare esistenza assieme” negando la beneficienza gratuita e improduttiva, o, peggio, la commiserazione che giustifica solamente la nostra indifferenza verso  i deboli ed i diseredati. E con questo “dixi et salvavi animam meam”.

L’ultimo sobbalzo del bajaj sul terreno sconnesso e invaso dalle pozzanghere ci fa capire che siamo arrivati a casa.

Claudio Rossi

Saluti da Tena, Tesfay e Stella!

Leggi la terza parte del diario…

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