Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 1)

Questa mattina la famiglia Rossi ci ha mandato una nuova mail dall’Etiopia:

Carissimi,
arrivati a Bahir Dar, sistemati “alla buona” nell’alloggio di Melaku e Abe, siamo andati a fare un sopralluogo a Bata, il villaggio a ca. 10 km dalla città.
Qui abbiamo iniziato a valutare la situazione raccogliendo dati reali sull’evoluzione del progetto.
In primo luogo ci hanno spiegato che le mucche non sono di pura razza “pezzate olandesi” ma un incrocio fra la razza locale e le “pezzate”. C’ è una legge in Etiopia che stabilisce queste regole: gli allevatori di bestiame (che ne hanno la possibilità) devono possedere razze miste, quindi le locali sono inseminate al 75% razza locale e al 25% razza estera.
E’ vietato allevare razze che non sono congrue con l’adattamento climatico del posto.
La mucca “nera” è stata inseminata artificialmente anche grazie al contributo che abbiamo mandato recentemente: i costi per l’operazione sono elevati, circa 200 euro per soggetto (4.500 birr).
Qui il mantenimento del bestiame ha costi pure elevati, nel periodo delle piogge il bestiame va alimentato o con il fieno raccolto e stipato nel fienile (e fieno devi averne tanto!), o con il surrogato di sorgo, che costa 450 birr al ql.e . Tenete presente che la paga media di un operaio è 250 birr al mese, un infermiere professionale percepisce 700 birr e un insegnante 1200 birr. Qui la benzina costa quasi come da noi (in proporzione più che da noi perché raggiunge i 22/24 birr al litro (1 euro e poco più).
Hunachew, il presidente del consorzio Bata (BTTP – Bata Trento Tena Project) ci ha spiegato che i costi per il mantenimento del bestiame sono eccessivi in rapporto al loro rendimento (16 litri di latte al giorno dalle due mucche (una ne da poco perché è incinta), a regime normale arriverebbero a ca 18/20 litri al giorno. Fra qualche mese le mucche saranno 4 + 1 vitello e lì la produzione diventa più sensibile. Di conseguenza Hunachew optava per non prevedere l’acquisto di nuove mucche (dato ché il loro aumento numerico può avvenire gradualmente attraverso le inseminazioni artificiali) anche perché i costi di una mucca “pezzata mista” e pronta per la mungitura variano dai 16.000 ai 18.000 birr. Ci ha suggerito di puntare più sulla lavorazione del latte e dei suoi derivati (che qui nel Gojjam è ancora “sconosciuta”). Qui il latte viene venduto a 7 birr al litro, la sua commercializzazione è demandata ai singoli proprietari che allevano le mucche in un ottica di “gestione familiare”.
Le piccole mercerie che costeggiano le vie sterrate dei villaggi e della periferia della città acquistano il latte dai singoli e lo rivendono direttamente alle famiglie. Il latte viene consumato subito , altrimenti viene lasciato inacidire durante la notte e, con la caseina separata dal siero fanno una specie di “ricotta” acida che si chiama “ergò” da aggiungere come companatico al N’gera, assieme alle verdure miste e il macinato di capretto (lo zighinì é permesso nei giorni di festa!).
Hunachew, dietro nostra richiesta, ci ha spiegato perché hanno formato un consorzio e non una cooperativa. La differenza sta in questo : il governo permette la costituzione di una cooperativa solamente se tutti i suoi soci sono disoccupati, il fatto che i nostri partner non lo sono poiché Hunachew, proprietario del terreno concessoci per il progetto è un ex infermiere in pensione (280 birr al mese) e Melaku, Abe, Allegn (i tre volontari che partecipano alla realizzazione del nostro progetto) gestiscono la “Stella Business Center” – la piccola tipografia realizzata a suo tempo- , sono la condizione che nega i requisiti per aderire ad una cooperativa, il consorzio è l’aggregazione di soggetti “non disoccupati” che possono coordinarsi attorno ad un progetto di sviluppo. Da qui nasce il Consorzio, che, una volta avviata la progettazione, può aggregare altri “soci” anche disoccupati che, con la loro attività e partecipazione diverrebbero soggetti protagonisti nella realizzazione del progetto medesimo.
Ci siamo trovati di fronte a quelli che i corsi di progettazione sociale ci insegnano a definire come gli “STEINHOLDER” cioè gli imprevisti che possono rappresentare e gli aspetti positivi come quelli negativi (contrastanti) all’interno dell’elaborazione di un progetto. Ci siamo riuniti con i soci del consorzio ed abbiamo elaborato alcune serie valutazioni di “correzione” del progetto adeguandone la realizzabilità al contesto reale. Pur rimanendo invariato e fermo l’obiettivo di creare opportunità di lavoro per donne e giovani in condizione di precarietà esistenziale.
Su proposta dei nostri partner abbiamo pensato che, nelle condizioni attuali, non possiamo puntare a concentrare la produzione di latte utilizzando le risorse di cui disponiamo oggi. Ma è stata fatta la proposta di organizzare il conferimento del latte attraverso il coinvolgimento di altri piccoli allevatori, consorziandoli e rendendoli partecipi del progetto. Secondo i nostri partner la cosa è fattibile e realizzabile in tempi abbastanza brevi. Infatti, non tutti i piccoli allevatori della zona riescono a vendere il loro latte e spesso si ritrovano a dover eliminare le “eccedenze” con grande spreco di questa importante risorsa alimentare.
Abbiamo comunque deciso di recintare il terreno di Bata e predisporre l’edificazione di una piccola stalla per l’alloggio di un massimo di 8/10 mucche.
Inoltre, poiché abbiamo portato con noi 2.500 euro (poco più di 52.000 birr), frutto delle nostre ultime iniziative e del contributo di Solidea, abbiamo programmato il loro investimento per porre le basi strutturali di avvio concreto del progetto.
Si é scelto di fare di Bata il punto di raccolta e conferimento del latte, mantenendo il nostro piccolo allevamento che attualmente sta garantendo il lavoro a due giovani del posto (uno è addetto all’alimentazione del bestiame, alla cura e alla mungitura, l’altro è incaricato alla pulizia delle mucche e alla raccolta e consegna del latte che viene munto 2 volte al giorno), e strutturare un piccolo laboratorio per la lavorazione del latte, del formaggio, della ricotta.
A questo proposito abbiamo notato che la gente del posto preferisce i prodotti freschi a quelli stagionati (abbiamo fatto assaggiare il formaggio grana che ci siamo portati dall’Italia: i giudizi popolari erano tutti in negativo (sapori troppo forti o troppo salati –la sentenza più ricorrente!-).
Per il laboratorio abbiamo scelto di farlo a Bahir Dar utilizzando uno spazio di circa 40 mq concesso dagli abitanti della casa dove alloggiamo.
C’é da aggiungere che, pur essendo nella stagione delle piogge a Bahir Dar, sulle rive del lago Tana, nel punto dove nasce il Nilo Azzurro (Abbay), dove forma maestose cascate, mancano l’acqua e la luce per circa 3-4 ore al giorno (l’acqua é mancata per un giorno intero…).
Per sopperire a questa carenza dovuta alla non ben organizzata rete idrica e alla vulnerabilità di accumulatori e collettori di kilowatt, dovremo procedere con l’installazione di una cisterna di raccolta (di notte l’acqua scorre più facilmente) e per ora abbiamo deciso di acquistare un generatore di circa 4 Kw ora. Il geometra locale che abbiamo ingaggiato per i lavori del laboratorio ci ha sconsigliati di procedere a scavare un pozzo in città, poiché le fognature sono tutte a dispersione e ci sono seri rischi. Mentre il pozzo che stiamo scavando a Bata (praticamente in aperta campagna) per l’allevamento ha una profondità di ca. 8 metri e fornisce molta acqua pulita.
Una breve digressione: l’aspetto fenomenico più eclatante che ci ha colpiti venendo sulla “scena” del progetto è l’immensa pubblicità sullo sviluppo tecnologico e indutriale della nazione che viene acclamato in maniera martellante sui cartelloni pubblicitari delle strade asfaltate dai “cinesi” e alla televisione etiope (ETV) , anche i palazzi degli uffici governativi e statali appaiono in una veste dignitosa , ma più ti addentri fra i quartieri popolari scopri le macro contraddizioni. Installazioni elettriche nelle case senza protezioni, le tubazioni di rame della rete idrica cittadina sporgono ogni tanto dalle strade argillose, al mercato cittadino di Bahir Dar una folla di piccoli rivenditori “in proprio” offrono i piccoli ortaggi del loro orto disseminati fra le bancarelle e il fango …..ognuno cerca di sopravvivere come può. Tantissime donne sedute su vecchi tele di yuta che propongono di tutto e di più (pezzi di ferro, chiodi, vecchie stoviglie, vecchie serrature ecc… una specie di “mercatino dei gaudenti” dove si cerca di garantirsi la sopravvivenza del giorno dopo… folle di bambini che per strada ti offrono sacchetti di limoni, banane e pannocchie di grano… Poi trovi anche piccoli negozi che ti offrono tutte le comodità che ci sono da noi (grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature elettroniche, utensili a strumenti elettrici di ogni tipo ed esigenza: tutto accessibile solamente a chi ha molti birr, vetrine immaginarie di benessere impossibile per la stragrande maggioranza della gente che si limita ad ammirare quello che difficilmente potrà mai comprare. Lo sconforto nel vedere queste cose porta alla mente ciò che diceva Don Camillo Torres ( il prete della Teologia della Liberazione in America Latina) “……se Gesù Cristo potesse riscendere sulla terra…prenderebbe un mitra e se ne andrebbe con i suoi guerriglieri….”. Ma questo è un altro capitolo della Storia… Torniamo al nostro progetto.
Per poter assumere ulteriori elementi di certezza sulla fattibilità del progetto siamo andati in delegazione all’ “Ufficio governativo per gli investimenti e lo sviluppo della regione Ahmara”, una specie di nostra camera di commercio.
Lì abbiamo incontrato il responsabile regionale a cui abbiamo illustrato le nostre intenzioni che sono state accolte con interesse e approvazione, ci ha pure confermato che abbiamo individuato una delle priorità elencate nella relazione regionale sulle opportunità di sviluppo del paese.
Questo plauso va esteso anche a tutti coloro che hanno creduto in questa iniziativa e che ci stanno sostenendo.
Dopo questo incontro, che ci ha rinfrancati a fronte di quelle che vedevamo come notevoli difficoltà, siamo passati ad una fase più operativa.
Innanzitutto abbiamo elaborato, assieme ai nostri partner, uno Statuto del Consorzio nel quale vengono stabilite le coordinate del progetto, inserendo negli obiettivi ulteriori possibilità di intervenire su tutte i settori della produzione zoo-tecnica e alimentare che l’autorità locale indica come priorità nelle necessità di sviluppo della regione al fine di espandere l’occupazione e creare migliori condizioni di vita per la popolazione. In futuro, quindi, il consorzio, una volta realizzata la produzione e la lavorazione del latte, potrà allargare la propria azione anche nel settore dell’agricoltura, dell ‘ allevamento ovicolo , dell’ allevamento di pesce (nella zona del lago Tana vivono più di 80 specie di pesci commestibili).
Elaborato lo Statuto siamo passati all’acquisto di un generatore da 3700 watt (12.000 birr – 530 euro-), abbiamo incaricato una piccola impresa del posto ad edificare la struttura del laboratorio , suddiviso in area di lavorazione e servizi (-44.000 birr –1800 euro- la posa delle fondamenta e l’innalzamento dei muri-), (la costruzione del piccolo edificio destinato a laboratorio costerà 12.850 euro – 308.400 birr). Sarà necessaria anche una cisterna per la raccolta dell’acqua della capienza di ca. 3000 litri (9000 birr – 402 euro ).
Impostata la direzione dei lavori siamo passati alla prima produzione di formaggio nel Gojjam: la prova è stata brillantemente superata accolta dall’entusiasmo dei nostri partner e dal giudizio positivo di alcuni abitanti del posto a cui lo abbiamo fatto assaggiare. Ci sono già pervenute richieste di acquisto delle nostre piccole produzioni, che non potremo evadere anche perchè in questo momento una delle nostre mucche è colpita da mastite e il latte, durante la pastorizzazione, si raggruma. Stiamo intervenendo con il veterinario per risolvere anche questa difficoltà.
Questo è tutto fino ad oggi , martedì 2 agosto. I lavori procedono e le prospettive ci sembrano buone “trotzallendem” (“nonostante tutto”).
Nel Gojjam non esiste un fiore particolare o caratteristico della regione, il “fiore” siamo noi e tutti i nostri sostenitori. Noi abbiamo iniziato a piantare il seme della speranza di un futuro migliore, da questo seme auspichiamo che nasca questo fiore che è il fiore di un futura di esistenza migliore per questo popolo depredato della propria dignità ed esistenza dai grandi gruppi multinazionali.

Un saluto, e alla prossima.
Claudio Rossi

Bacioni da Tena, Tesfay e Stella!

leggi la seconda parte del diario….

Rito gemellaggio Trento-Bata

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