Diario del gemellaggio Trento-Bata (ultima parte)

Ultima parte del diario di viaggio della famiglia Rossi…. (leggi la prima, la seconda e la terza parte).

25 agosto 2011: riti e canti per la fine del digiuno ortodosso, riflessioni sulla situazione economica e lavorativa degli abitanti.

Oggi finisce il digiuno, quindici giorni in cui la grande devozione religiosa del popolo etiope si è dimostrata direttamente proporzionale alla speranza di affrancamento da condizioni di vita precarie.

Tutte le notti, nelle chiese circostanti i quartieri di Bahir Dar, diaconi e preti ortodossi si sono riuniti dalla mezzanotte fino alle 6 del mattino, intonando canti e preghiere che rompevano il silenzio diffondendosi nell’aria in una sorta di cantilena ripetitiva e modulata.

Oggi tutte le chiese affollatissime e invase dalle tuniche bianche degli astanti, tamburi e canti melodici corali, balli e suoni di mani che ne accompagnano il ritmo.

In ogni casa, finita la cerimonia, i capo famiglia portano la pecora, pagata circa 500 birr (22 euro), che finisce “sacrificata” in segno di ringraziamento.

La TV etiope, che per tutta la mattinata ha trasmesso reportage dai vari punti della regione per documentare le cerimonie di fine del digiuno, riprende il ritmo incalzante della propaganda sulle necessità economiche del paese, mostrando e intervistando comunità di contadini che, associandosi e consorziandosi, realizzano progetti di sviluppo agricolo: o coltivando ettari di patate o cipolle o, come nella zona di Gonder, coltivando kilometri di campi a riso. Il riso viene coltivato solamente durante il periodo delle piogge, dove i terreni si fanno facilmente paludosi e idonei a questa coltivazione. Finite le piogge, i campi, non più paludosi, vengono coltivati a pomodoro e cipolla.

L’agricoltura, in Etiopia, è una delle voci principali di sviluppo. Il governo fa spesso appelli alla televisione affinché si avviino coltivazioni di caffè, la più importante risorsa agricola di questa nazione. Il governo, inoltre, favorisce e finanzia progetti agricoli le cui finalità non siano solamente dirette a soddisfare i bisogni della popolazione, ma fondamentalmente siano progetti finalizzati all’  esportazione dei prodotti agricoli e da allevamento (essenzialmente pelli e caffè): valori di scambio con le tecnologie indiane o i manufatti della Grande Cina.

Cina e India, assieme all’Australia, la fanno da padroni nel mercato etiope. Tecnologie informatiche e mezzi di trasporto pubblici ( migliaia di bajaj – i taxi di massa- ) sono di dominio indiano, mentre elettrodomestici e manufatti vari sono dominio dei cinesi, oltre al grande appalto di asfaltatura e rifacimento delle strade, l’ Australia invece  domina con il suo legname (in un paese che è il quarto produttore di legno al mondo!!!!!). Anche il settore edilizio risente di queste presenze imperiali, fuorchè per il cemento, prodotto in Etiopia, che al nostro arrivo costava 800-900 birr  (ca. 38 euro) al quintale, in pochi giorni è arrivato a 350-400 birr (ca. 17 euro) al quintale. La costruzione edilizia, conclamata anche nella pubblicità televisiva, segue ritmi elevatissimi e intensi, ma di questo sviluppo difficilmente ne potrà godere la maggioranza della popolazione. Non c’è kilometro quadrato senza un edificio in costruzione, ma ci sono kilometri quadrati di infrastrutture quasi assenti. Rete idrica ed elettrica carente, le fognature a dispersione e, attualmente, è evidente l’assenza di un progetto a fornire le città di servizi adeguati per la diffusione e l’utilizzo dell’acqua e della corrente elettrica., mentre sono frequenti gli appelli alla popolazione del paese per contribuire con una autotassazione per edificare la grande diga progettata sul Nilo azzurro. Una realtà che sta  scuotendo le diplomazie e le proteste politiche di paesi confinanti come il Sudan e l’Egitto, che ritengono questa impresa idroelettrica un pericolo per  la fornitura d’acqua che il Nilo apporta in questi Stati fornendo la principale risorsa per la loro agricoltura. Una diatriba che sottointende pericolose tensioni “nazionalistiche”.

E fin qui credo di aver fornito ulteriori elementi di riflessione sullo stato di questo magico e mistico paese, sede di Lucy, la primordiale “eva” etiope e rifugio, ad Axum, delle “tavole” di Mosè in cui sarebbero iscritti i famosi 10 comandamenti (Tabot).

E mentre i canti religiosi sfumano per le strade sterrate di Bahir Dar, si sente all’improvviso un’altoparlante che attraversa, sul pickup rigorosamente Toyota, le case dove le famiglie stanno approntando il capretto per il pranzo. Da noi queste scene si vedevano alcuni anni fa, oggi più raramente, quando attraverso questi mezzi si annunciava l’offerta di frutta e ortaggi di stagione… L’altoparlante scandisce con estrema chiarezza l’invito del governo a…. pagare le tasse. Altro che fruttivendolo, sono i “gabellieri” che ricordano ai cittadini il loro obbligo civico. Il pickup é seguito dagli sguardi incerti degli abitanti del posto, mentre alla Tv etiope si sta trasmettendo da ore un dibattito pubblico fra rappresentanti del governo e rappresentanti delle varie categorie di lavoratori e commercianti. Si sta discutendo di introdurre l’IVA su tutti i prodotti venduti. E il dibattito è molto acceso. Attualmente le tasse vengono stabilite da funzionari governativi, non sul realizzo lordo degli incassi di lavoratori agricoli, allevatori,commercianti o taxisti o autotrasportatori, ma sulla base di un cosiddetto “libero convincimento” del funzionario. Succede così che il piccolo commerciante che vende mercerie varie, a fronte di un probabile guadagno netto di 4500- 5000 birr all’anno (ca 230 euro), può incorrere in una tassa annuale equivalente all’incasso realizzato, tant’è vero che ad Addis Abeba stanno chiudendo centinaia di piccoli negozi che anni fa caratterizzavano la vivacità culturale di questo popolo. O, peggio ancora, questo sistema dà adito a valutazioni arbitrarie che si intrecciano con la bonarietà “casuale” del funzionario “pagata” in percentuale.

La tensione sociale per questa situazione é latente. É di pochi giorni fa un increscioso episodio di disperazione con esito drammatico: un venditore ambulante che cercava da tempo di esporre la propria misera mercanzia al mercato cittadino, misere cose (fazzoletti di carta, pacchetti di gomma da masticare, semplici manufatti artigianali), veniva continuamente redarguito e multato dai vigili che quotidianamente attraversano le bancarelle dei mercati a controllare la regolarità delle licenze degli “ambulanti”. Dopo l’ennesima lite e diffida, essendo privo di licenza, e dopo una serie di multe che non poteva pagare, ha colpito a morte il vigile che lo contestava, con un grosso masso.

Un episodio emblematico di un “gorgoglìo” sociale che si avverte, ancora non si sente, ma la preoccupazione è sugli occhi di tutti…..

E questo mentre sulla strada, lungo i marciapiedi, davanti alle casette di pali e paglia, siedono in perenne attesa del passaggio della giornata, file di uomini accovacciati a terra in attesa di essere “ingaggiati” per questo o quel lavoretto di cui hanno bisogno le famiglie più “benestanti”: sistemare il giardinetto di casa, riparare qualche guasto idraulico, aiutare qualcuno a portare pacchi pesanti della spesa ( sacchi di carbone o sacchi di “pannocchie” da bruciare). Forza lavoro precaria che per pochi birr sa fare di tutto, falegnami, idraulici, elettricisti, garzoni, ecc… purché venga loro data la possibilità di chiudere la giornata con qualche spicciolo per il pane o per la farina per ‘njera. E quello che stupisce è il fatto che, anche se non hanno diplomi o scuole professionali alle spalle, è sufficiente spiegare loro come si vogliono fare i lavori, che   questi uomini “trasformano” in realtà quello che è stato loro richiesto “a voce”. Questa “professionalità” , in una giornata di lavoro continuativo, viene remunerata con 100 birr (4 euro e 20 centesimi) che temporaneamente li ripaga dell’ “incertezza dell’esistenza” vissuta in costante attesa, giorno per giorno.

Questo ci fa capire che se a queste persone dai opportunità di lavoro, sanno lavorare con serietà e dignità!

Siamo venuti in Etiopia non per documentare ciò che è bello di questo Paese, ma per capire quello che manca ed imparare quello che è possibile.

Claudio, Tena, Tesfay, Stella

Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 3)

Prosegue il diario di bordo… (leggi la prima e la seconda parte):

Domenica 14 agosto 2011: digiuno ortodosso e costruzione di un luogo per la stagionatura delle formaggelle

Ci aspetta una nuova problematica interna alla fattibilità dei piccoli passi del nostro progetto: abbiamo fatto il formaggio, fresco e buono, però in questo periodo gli ortodossi hanno iniziato il digiuno che durerà 15 giorni. La Chiesa ortodossa etiopica (Tewahedo) pone molta enfasi sul Vecchio Testamento. Un esempio evidente è proprio quello della dieta. Molti cibi sono vietati, il modo di uccidere gli animali strettamente regolato, i giorni di digiuno corrispondono a quelli previsti nel Vecchio Testamento. Questo significa che non mangiano carne, latte e uova e nemmeno derivati per tutto il periodo previsto.

Il formaggio, quindi, dovremmo stagionarlo, ma per intanto non abbiamo la cantina per lo scopo. Allora scatta l’ingegno dei nostri partner, che al progetto ci credono con tutte le loro forze. Si va al mercato, fra casette di pali di legno e argilla, troviamo uno scaffale smontabile a 5 piani, poi si prosegue verso la “bottega” di un sarto che, con estrema cortesia ci accompagna a cercare una tela adatta per coprire la nostra artigianale “cantinetta”. Trovata la tela, assistiamo  ad un’opera di “artigianato professionale”: con un semplice metro, una penna bic e una forbice da sarto, si taglia la tela in piedi, tenendola fra le mani, poi con raffinatezza altrettanto professionale si imbastisce una cucitura così precisa che sembra un lavoro eseguito con macchine altamente tecnologiche, ma erano solo le abili mani del sarto che ci ha costruito un sacco di copertura per proteggere il nostro formaggio durante la stagionatura.

Ritorniamo in sede e installiamo la nostra “cantina”: la temperatura, in questo periodo delle piogge, è ideale, 12-16 gradi. Proviamo. Dopo tre giorni assistiamo all’evento: il formaggio sta stagionando, le forme hanno assunto il caratteristico colore paglierino. È fatta: il formaggio autoctono è una realtà. Andiamo a riposare soddisfatti e contenti di aver saputo indicare una strada che, per i nostri partner, può significare un futuro di maggiori certezze, per loro, per le loro famiglie e per i loro concittadini. Questi potrebbero essere giorni che valgono anni.

Claudio Rossi

Ecco le formaggelle prima della stagionatura:

Le prime formaggelle!