Diario del gemellaggio Trento-Bata (ultima parte)

Ultima parte del diario di viaggio della famiglia Rossi…. (leggi la prima, la seconda e la terza parte).

25 agosto 2011: riti e canti per la fine del digiuno ortodosso, riflessioni sulla situazione economica e lavorativa degli abitanti.

Oggi finisce il digiuno, quindici giorni in cui la grande devozione religiosa del popolo etiope si è dimostrata direttamente proporzionale alla speranza di affrancamento da condizioni di vita precarie.

Tutte le notti, nelle chiese circostanti i quartieri di Bahir Dar, diaconi e preti ortodossi si sono riuniti dalla mezzanotte fino alle 6 del mattino, intonando canti e preghiere che rompevano il silenzio diffondendosi nell’aria in una sorta di cantilena ripetitiva e modulata.

Oggi tutte le chiese affollatissime e invase dalle tuniche bianche degli astanti, tamburi e canti melodici corali, balli e suoni di mani che ne accompagnano il ritmo.

In ogni casa, finita la cerimonia, i capo famiglia portano la pecora, pagata circa 500 birr (22 euro), che finisce “sacrificata” in segno di ringraziamento.

La TV etiope, che per tutta la mattinata ha trasmesso reportage dai vari punti della regione per documentare le cerimonie di fine del digiuno, riprende il ritmo incalzante della propaganda sulle necessità economiche del paese, mostrando e intervistando comunità di contadini che, associandosi e consorziandosi, realizzano progetti di sviluppo agricolo: o coltivando ettari di patate o cipolle o, come nella zona di Gonder, coltivando kilometri di campi a riso. Il riso viene coltivato solamente durante il periodo delle piogge, dove i terreni si fanno facilmente paludosi e idonei a questa coltivazione. Finite le piogge, i campi, non più paludosi, vengono coltivati a pomodoro e cipolla.

L’agricoltura, in Etiopia, è una delle voci principali di sviluppo. Il governo fa spesso appelli alla televisione affinché si avviino coltivazioni di caffè, la più importante risorsa agricola di questa nazione. Il governo, inoltre, favorisce e finanzia progetti agricoli le cui finalità non siano solamente dirette a soddisfare i bisogni della popolazione, ma fondamentalmente siano progetti finalizzati all’  esportazione dei prodotti agricoli e da allevamento (essenzialmente pelli e caffè): valori di scambio con le tecnologie indiane o i manufatti della Grande Cina.

Cina e India, assieme all’Australia, la fanno da padroni nel mercato etiope. Tecnologie informatiche e mezzi di trasporto pubblici ( migliaia di bajaj – i taxi di massa- ) sono di dominio indiano, mentre elettrodomestici e manufatti vari sono dominio dei cinesi, oltre al grande appalto di asfaltatura e rifacimento delle strade, l’ Australia invece  domina con il suo legname (in un paese che è il quarto produttore di legno al mondo!!!!!). Anche il settore edilizio risente di queste presenze imperiali, fuorchè per il cemento, prodotto in Etiopia, che al nostro arrivo costava 800-900 birr  (ca. 38 euro) al quintale, in pochi giorni è arrivato a 350-400 birr (ca. 17 euro) al quintale. La costruzione edilizia, conclamata anche nella pubblicità televisiva, segue ritmi elevatissimi e intensi, ma di questo sviluppo difficilmente ne potrà godere la maggioranza della popolazione. Non c’è kilometro quadrato senza un edificio in costruzione, ma ci sono kilometri quadrati di infrastrutture quasi assenti. Rete idrica ed elettrica carente, le fognature a dispersione e, attualmente, è evidente l’assenza di un progetto a fornire le città di servizi adeguati per la diffusione e l’utilizzo dell’acqua e della corrente elettrica., mentre sono frequenti gli appelli alla popolazione del paese per contribuire con una autotassazione per edificare la grande diga progettata sul Nilo azzurro. Una realtà che sta  scuotendo le diplomazie e le proteste politiche di paesi confinanti come il Sudan e l’Egitto, che ritengono questa impresa idroelettrica un pericolo per  la fornitura d’acqua che il Nilo apporta in questi Stati fornendo la principale risorsa per la loro agricoltura. Una diatriba che sottointende pericolose tensioni “nazionalistiche”.

E fin qui credo di aver fornito ulteriori elementi di riflessione sullo stato di questo magico e mistico paese, sede di Lucy, la primordiale “eva” etiope e rifugio, ad Axum, delle “tavole” di Mosè in cui sarebbero iscritti i famosi 10 comandamenti (Tabot).

E mentre i canti religiosi sfumano per le strade sterrate di Bahir Dar, si sente all’improvviso un’altoparlante che attraversa, sul pickup rigorosamente Toyota, le case dove le famiglie stanno approntando il capretto per il pranzo. Da noi queste scene si vedevano alcuni anni fa, oggi più raramente, quando attraverso questi mezzi si annunciava l’offerta di frutta e ortaggi di stagione… L’altoparlante scandisce con estrema chiarezza l’invito del governo a…. pagare le tasse. Altro che fruttivendolo, sono i “gabellieri” che ricordano ai cittadini il loro obbligo civico. Il pickup é seguito dagli sguardi incerti degli abitanti del posto, mentre alla Tv etiope si sta trasmettendo da ore un dibattito pubblico fra rappresentanti del governo e rappresentanti delle varie categorie di lavoratori e commercianti. Si sta discutendo di introdurre l’IVA su tutti i prodotti venduti. E il dibattito è molto acceso. Attualmente le tasse vengono stabilite da funzionari governativi, non sul realizzo lordo degli incassi di lavoratori agricoli, allevatori,commercianti o taxisti o autotrasportatori, ma sulla base di un cosiddetto “libero convincimento” del funzionario. Succede così che il piccolo commerciante che vende mercerie varie, a fronte di un probabile guadagno netto di 4500- 5000 birr all’anno (ca 230 euro), può incorrere in una tassa annuale equivalente all’incasso realizzato, tant’è vero che ad Addis Abeba stanno chiudendo centinaia di piccoli negozi che anni fa caratterizzavano la vivacità culturale di questo popolo. O, peggio ancora, questo sistema dà adito a valutazioni arbitrarie che si intrecciano con la bonarietà “casuale” del funzionario “pagata” in percentuale.

La tensione sociale per questa situazione é latente. É di pochi giorni fa un increscioso episodio di disperazione con esito drammatico: un venditore ambulante che cercava da tempo di esporre la propria misera mercanzia al mercato cittadino, misere cose (fazzoletti di carta, pacchetti di gomma da masticare, semplici manufatti artigianali), veniva continuamente redarguito e multato dai vigili che quotidianamente attraversano le bancarelle dei mercati a controllare la regolarità delle licenze degli “ambulanti”. Dopo l’ennesima lite e diffida, essendo privo di licenza, e dopo una serie di multe che non poteva pagare, ha colpito a morte il vigile che lo contestava, con un grosso masso.

Un episodio emblematico di un “gorgoglìo” sociale che si avverte, ancora non si sente, ma la preoccupazione è sugli occhi di tutti…..

E questo mentre sulla strada, lungo i marciapiedi, davanti alle casette di pali e paglia, siedono in perenne attesa del passaggio della giornata, file di uomini accovacciati a terra in attesa di essere “ingaggiati” per questo o quel lavoretto di cui hanno bisogno le famiglie più “benestanti”: sistemare il giardinetto di casa, riparare qualche guasto idraulico, aiutare qualcuno a portare pacchi pesanti della spesa ( sacchi di carbone o sacchi di “pannocchie” da bruciare). Forza lavoro precaria che per pochi birr sa fare di tutto, falegnami, idraulici, elettricisti, garzoni, ecc… purché venga loro data la possibilità di chiudere la giornata con qualche spicciolo per il pane o per la farina per ‘njera. E quello che stupisce è il fatto che, anche se non hanno diplomi o scuole professionali alle spalle, è sufficiente spiegare loro come si vogliono fare i lavori, che   questi uomini “trasformano” in realtà quello che è stato loro richiesto “a voce”. Questa “professionalità” , in una giornata di lavoro continuativo, viene remunerata con 100 birr (4 euro e 20 centesimi) che temporaneamente li ripaga dell’ “incertezza dell’esistenza” vissuta in costante attesa, giorno per giorno.

Questo ci fa capire che se a queste persone dai opportunità di lavoro, sanno lavorare con serietà e dignità!

Siamo venuti in Etiopia non per documentare ciò che è bello di questo Paese, ma per capire quello che manca ed imparare quello che è possibile.

Claudio, Tena, Tesfay, Stella

Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 3)

Prosegue il diario di bordo… (leggi la prima e la seconda parte):

Domenica 14 agosto 2011: digiuno ortodosso e costruzione di un luogo per la stagionatura delle formaggelle

Ci aspetta una nuova problematica interna alla fattibilità dei piccoli passi del nostro progetto: abbiamo fatto il formaggio, fresco e buono, però in questo periodo gli ortodossi hanno iniziato il digiuno che durerà 15 giorni. La Chiesa ortodossa etiopica (Tewahedo) pone molta enfasi sul Vecchio Testamento. Un esempio evidente è proprio quello della dieta. Molti cibi sono vietati, il modo di uccidere gli animali strettamente regolato, i giorni di digiuno corrispondono a quelli previsti nel Vecchio Testamento. Questo significa che non mangiano carne, latte e uova e nemmeno derivati per tutto il periodo previsto.

Il formaggio, quindi, dovremmo stagionarlo, ma per intanto non abbiamo la cantina per lo scopo. Allora scatta l’ingegno dei nostri partner, che al progetto ci credono con tutte le loro forze. Si va al mercato, fra casette di pali di legno e argilla, troviamo uno scaffale smontabile a 5 piani, poi si prosegue verso la “bottega” di un sarto che, con estrema cortesia ci accompagna a cercare una tela adatta per coprire la nostra artigianale “cantinetta”. Trovata la tela, assistiamo  ad un’opera di “artigianato professionale”: con un semplice metro, una penna bic e una forbice da sarto, si taglia la tela in piedi, tenendola fra le mani, poi con raffinatezza altrettanto professionale si imbastisce una cucitura così precisa che sembra un lavoro eseguito con macchine altamente tecnologiche, ma erano solo le abili mani del sarto che ci ha costruito un sacco di copertura per proteggere il nostro formaggio durante la stagionatura.

Ritorniamo in sede e installiamo la nostra “cantina”: la temperatura, in questo periodo delle piogge, è ideale, 12-16 gradi. Proviamo. Dopo tre giorni assistiamo all’evento: il formaggio sta stagionando, le forme hanno assunto il caratteristico colore paglierino. È fatta: il formaggio autoctono è una realtà. Andiamo a riposare soddisfatti e contenti di aver saputo indicare una strada che, per i nostri partner, può significare un futuro di maggiori certezze, per loro, per le loro famiglie e per i loro concittadini. Questi potrebbero essere giorni che valgono anni.

Claudio Rossi

Ecco le formaggelle prima della stagionatura:

Le prime formaggelle!

Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 2)

Prosegue il diario di bordo… (leggi la prima parte )

Sabato 13 agosto 2011:  visita al Museo nazionale del popolo Amhara, uno sguardo a Bahir Dar e alla comunità di diaconi ortodossi sul lago Tana.

Ieri abbiamo visitato il Museo nazionale del popolo Amhara, una costruzione monumentale sulle rive del Nilo azzurro. Un’icona dell’orgoglio di un popolo che ti avvolge per tutto il susseguirsi di sale dove sono esposte le foto, sbiadite e impregnate di storia, in cui si narra la dura lotta di emancipazione che ha attraversato la vita di questa immensa terra africana.

Dalla caduta del Negus Hailé Selassié, all’ascesa del regime di Menghistu fino al successivo insediamento dell’attuale governo di Melles Zenawi. Anche se non si capiscono le didascalie, si respira l’evolversi degli avvenimenti attraverso le immagini di donne e uomini (tutti rigorosamente armati di kalashnikov e bazooka) riuniti in poderose e affollate assemblee, dove, con gli strumenti tecnici dell’epoca (microfoni e radio stazioni militari) partecipano a vigorosi dibattiti in cui si discute del destino di una nazione e del suo popolo.

PRIMA RIUNIONE DEL COMITATO DI LIBERAZIONE      FRONTE DI LIBERAZIONE AHMARA

Immagini anche drammatiche di rifugi affollatissimi in gallerie e anfratti delle montagne circostanti, fino alle immagini che richiamano al film Teza del regista etiope Hailè Gerima, in cui i militanti del Fronte di Liberazione nazionale tengono assemblee nei villaggi per spiegare l’importanza “del potere popolare”, un potere pero’ privo del protagonismo cosciente che emerge dai volti di vecchi contadini che guardano stupiti i loro “educatori” e di donne che proteggono i loro figli dall’ “obbligo” di prestare il servizio militare sui fronti di guerra (un obbligo spesso precursore di immani tragedie familiari ). E qui ti viene da riflettere sul dogmatismo meccanicistico di rivoluzioni “importate” prive dell’anima del popolo che dovrebbe esserne l’artefice cosciente.

RIFUGIO       ASSEMBLEA DI VILLAGGIO

Grande sorpresa e commozione quando, in una delle foto in cui professori universitari tengono lezione sui cambiamenti del paese, appare la figura di un vecchio fratello di Tena,(la referente del nostro partner in Etiopia),  Mekonnen, medico del fronte di liberazione Amhara, deceduto qualche anno fa negli Stati Uniti.

Le immagini più emblematiche sull’anima di questo popolo sono rappresentate dalla numerosa partecipazione delle donne(giovani e non) ai congressi assembleari, non c’é documento fotografico in cui manchi la presenza (anche attiva) delle donne.

LE DONNE VOGLIONO CAPIRE      DONNE IN ASSEMBLEA (anni '70)

D’altronde, che le donne in Etiopia siano un valore aggiunto alla dignità di questo popolo lo percepisci camminando per strada e osservando che tutte le donne difficilmente camminano con lo sguardo verso il terreno o verso il vuoto, come spesso si nota in occidente dove molte donne, in una forma di autoprotezione psicologica, tengono lo sguardo verso il basso.

Qui ti guardano direttamente negli occhi e spesso sorridono.

Le ultime sale del museo sono un’ esplosione di colori vivaci e ben selezionati su tele e su pelli che rappresentano le icone della devozione cristiano ortodossa coniugata con sequenze di vita quotidiana (un’ “Ultima cena” che ricorda il famoso dipinto di Leonardo da Vinci, le raffigurazioni di San Giorgio che uccide il drago, la sequela dei santi onorati dalla chiesa ortodossa, fino a dipinti di arte astratta e moderna, sempre caratterizzati dalla rappresentazione del vivere quotidiano come la raccolta del teff, il pascolo, il canto, il ballo).

Finita la visita, sotto il solito diluvio “biblico” si ritorna a casa con il Bajaj (l’ape ricoperto che sostituisce il taxi) e passando sopra il ponte del Nilo azzurro, scorrendo con lo sguardo le rive del Lago Tana, ti resta l’emozione di aver conosciuto una parte della storia di questo popolo che nessun colonialismo è mai riuscito a dominare, se non marginalmente. Infatti, basti pensare che in Etiopia la lingua nazionale è l’amarico, lingua autoctona, mai sostituita dalla lingua dei colonialisti come successo purtroppo in altre terre d’Africa.

Si entra dalla parte più moderna di Bahir Dar, maestosi palazzi governativi e alberghi per “turisti” (ferengj) che offrono tutte le comodità. Note stonate di questo sfarzo sono le esili figure di storpi e disabili che sotto un telo di plastica, accovacciati fra una palma e l’altra ben curate, lungo il ciglio della strada, chiedono aiuto o il conforto di qualche birr.

Mentre viaggi sui sobbalzi del bajaj, sulle rive del lago Tana emerge una piccola cittadella (sette-otto tucul: abitazioni di forma cilindrica, con tetto conico di paglia, diffusa in Africa orientale) che ospita una esigua comunità di diaconi della chiesa ortodossa.

Christian mural painting at island monestary, Lake Tana, Ethiopia

Abbot with cross bearing image of Jesus, Ancient Orthadox monistary, Lake Tana, Ethiopia

Costoro vagano ogni mattina porta a porta, annunciandosi con la voce che manda lodi a questo o quel santo. La risposta è la consegna delle rimanenze di cibo del giorno prima, che i diaconi mettono in un sacco di juta. Poiché ne passano molti durante la giornata, i più sfortunati si sentono dire “atkom”, che significa “non aspettare”, è il segnale per passare ad un’altra porta forse più favorevole. Questi diaconi (giovani dai 15 ai 18 anni) passano la vita fra la preghiera, la meditazione e la raccolta del pane quotidiano camminando tutto il giorno fra i quartieri della città. Nessuno si rifiuta di dar loro qualcosa se non perchè in quel momento non c’è nulla a disposizione. Qui del cibo avanzato non si getta nulla, c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno!

Qui la “solidarieta” non è un valore da apprendere ed elaborare, è insita nella sostanza umana di questo popolo. È una dote, questa, che contrasta con il giudizio improprio con cui viene etichettata una apparente “pigrizia” e concomitante “invidia” degli uomini di questa terra d’Africa di fronte all’opportunità di affrancarsi da una vita di stenti. È un aspetto fenomenico dei comportamenti di molti etiopi che ha una sua radice ed una sua sostanza (che non coincide col fenomeno enunciato). Quella che sembra pigrizia non è che il consolidamento di una sorta di “impossibilità” a realizzare migliori condizioni di vita, accompagnata da una forma di sofferenza interiore mascherata dal sentimento dell’ “invidia” verso coloro che hanno avuto la possibilità di percorrere strade  più favorevoli per la loro esistenza. E questi sentimenti si sintetizzano in quella caratteristica propria di molti uomini d’Africa che è il “fatalismo”, sintomo di un affrancamento  desiderato ma irraggiungibile perchè privi degli strumenti idonei. Ma se tu vivi con questa gente, entri nei loro problemi, ne condividi l’anima, li sostieni nel cercare opportunità di esistenza migliore, trovi immediatamente la loro comprensione e la loro riconoscenza nell’aver saputo dar loro le stampelle per reggersi da soli. Anche questa è una lotta di liberazione. Cercare insieme e creare insieme opportunità di lavoro apre prospettive di esistenza che queste donne e questi uomini sanno gestire autonomamente.

Anche questa è una sfida che dobbiamo affrontare nel nostro lavoro del “creare esistenza assieme” negando la beneficienza gratuita e improduttiva, o, peggio, la commiserazione che giustifica solamente la nostra indifferenza verso  i deboli ed i diseredati. E con questo “dixi et salvavi animam meam”.

L’ultimo sobbalzo del bajaj sul terreno sconnesso e invaso dalle pozzanghere ci fa capire che siamo arrivati a casa.

Claudio Rossi

Saluti da Tena, Tesfay e Stella!

Leggi la terza parte del diario…

Diario del gemellaggio Trento-Bata (parte 1)

Questa mattina la famiglia Rossi ci ha mandato una nuova mail dall’Etiopia:

Carissimi,
arrivati a Bahir Dar, sistemati “alla buona” nell’alloggio di Melaku e Abe, siamo andati a fare un sopralluogo a Bata, il villaggio a ca. 10 km dalla città.
Qui abbiamo iniziato a valutare la situazione raccogliendo dati reali sull’evoluzione del progetto.
In primo luogo ci hanno spiegato che le mucche non sono di pura razza “pezzate olandesi” ma un incrocio fra la razza locale e le “pezzate”. C’ è una legge in Etiopia che stabilisce queste regole: gli allevatori di bestiame (che ne hanno la possibilità) devono possedere razze miste, quindi le locali sono inseminate al 75% razza locale e al 25% razza estera.
E’ vietato allevare razze che non sono congrue con l’adattamento climatico del posto.
La mucca “nera” è stata inseminata artificialmente anche grazie al contributo che abbiamo mandato recentemente: i costi per l’operazione sono elevati, circa 200 euro per soggetto (4.500 birr).
Qui il mantenimento del bestiame ha costi pure elevati, nel periodo delle piogge il bestiame va alimentato o con il fieno raccolto e stipato nel fienile (e fieno devi averne tanto!), o con il surrogato di sorgo, che costa 450 birr al ql.e . Tenete presente che la paga media di un operaio è 250 birr al mese, un infermiere professionale percepisce 700 birr e un insegnante 1200 birr. Qui la benzina costa quasi come da noi (in proporzione più che da noi perché raggiunge i 22/24 birr al litro (1 euro e poco più).
Hunachew, il presidente del consorzio Bata (BTTP – Bata Trento Tena Project) ci ha spiegato che i costi per il mantenimento del bestiame sono eccessivi in rapporto al loro rendimento (16 litri di latte al giorno dalle due mucche (una ne da poco perché è incinta), a regime normale arriverebbero a ca 18/20 litri al giorno. Fra qualche mese le mucche saranno 4 + 1 vitello e lì la produzione diventa più sensibile. Di conseguenza Hunachew optava per non prevedere l’acquisto di nuove mucche (dato ché il loro aumento numerico può avvenire gradualmente attraverso le inseminazioni artificiali) anche perché i costi di una mucca “pezzata mista” e pronta per la mungitura variano dai 16.000 ai 18.000 birr. Ci ha suggerito di puntare più sulla lavorazione del latte e dei suoi derivati (che qui nel Gojjam è ancora “sconosciuta”). Qui il latte viene venduto a 7 birr al litro, la sua commercializzazione è demandata ai singoli proprietari che allevano le mucche in un ottica di “gestione familiare”.
Le piccole mercerie che costeggiano le vie sterrate dei villaggi e della periferia della città acquistano il latte dai singoli e lo rivendono direttamente alle famiglie. Il latte viene consumato subito , altrimenti viene lasciato inacidire durante la notte e, con la caseina separata dal siero fanno una specie di “ricotta” acida che si chiama “ergò” da aggiungere come companatico al N’gera, assieme alle verdure miste e il macinato di capretto (lo zighinì é permesso nei giorni di festa!).
Hunachew, dietro nostra richiesta, ci ha spiegato perché hanno formato un consorzio e non una cooperativa. La differenza sta in questo : il governo permette la costituzione di una cooperativa solamente se tutti i suoi soci sono disoccupati, il fatto che i nostri partner non lo sono poiché Hunachew, proprietario del terreno concessoci per il progetto è un ex infermiere in pensione (280 birr al mese) e Melaku, Abe, Allegn (i tre volontari che partecipano alla realizzazione del nostro progetto) gestiscono la “Stella Business Center” – la piccola tipografia realizzata a suo tempo- , sono la condizione che nega i requisiti per aderire ad una cooperativa, il consorzio è l’aggregazione di soggetti “non disoccupati” che possono coordinarsi attorno ad un progetto di sviluppo. Da qui nasce il Consorzio, che, una volta avviata la progettazione, può aggregare altri “soci” anche disoccupati che, con la loro attività e partecipazione diverrebbero soggetti protagonisti nella realizzazione del progetto medesimo.
Ci siamo trovati di fronte a quelli che i corsi di progettazione sociale ci insegnano a definire come gli “STEINHOLDER” cioè gli imprevisti che possono rappresentare e gli aspetti positivi come quelli negativi (contrastanti) all’interno dell’elaborazione di un progetto. Ci siamo riuniti con i soci del consorzio ed abbiamo elaborato alcune serie valutazioni di “correzione” del progetto adeguandone la realizzabilità al contesto reale. Pur rimanendo invariato e fermo l’obiettivo di creare opportunità di lavoro per donne e giovani in condizione di precarietà esistenziale.
Su proposta dei nostri partner abbiamo pensato che, nelle condizioni attuali, non possiamo puntare a concentrare la produzione di latte utilizzando le risorse di cui disponiamo oggi. Ma è stata fatta la proposta di organizzare il conferimento del latte attraverso il coinvolgimento di altri piccoli allevatori, consorziandoli e rendendoli partecipi del progetto. Secondo i nostri partner la cosa è fattibile e realizzabile in tempi abbastanza brevi. Infatti, non tutti i piccoli allevatori della zona riescono a vendere il loro latte e spesso si ritrovano a dover eliminare le “eccedenze” con grande spreco di questa importante risorsa alimentare.
Abbiamo comunque deciso di recintare il terreno di Bata e predisporre l’edificazione di una piccola stalla per l’alloggio di un massimo di 8/10 mucche.
Inoltre, poiché abbiamo portato con noi 2.500 euro (poco più di 52.000 birr), frutto delle nostre ultime iniziative e del contributo di Solidea, abbiamo programmato il loro investimento per porre le basi strutturali di avvio concreto del progetto.
Si é scelto di fare di Bata il punto di raccolta e conferimento del latte, mantenendo il nostro piccolo allevamento che attualmente sta garantendo il lavoro a due giovani del posto (uno è addetto all’alimentazione del bestiame, alla cura e alla mungitura, l’altro è incaricato alla pulizia delle mucche e alla raccolta e consegna del latte che viene munto 2 volte al giorno), e strutturare un piccolo laboratorio per la lavorazione del latte, del formaggio, della ricotta.
A questo proposito abbiamo notato che la gente del posto preferisce i prodotti freschi a quelli stagionati (abbiamo fatto assaggiare il formaggio grana che ci siamo portati dall’Italia: i giudizi popolari erano tutti in negativo (sapori troppo forti o troppo salati –la sentenza più ricorrente!-).
Per il laboratorio abbiamo scelto di farlo a Bahir Dar utilizzando uno spazio di circa 40 mq concesso dagli abitanti della casa dove alloggiamo.
C’é da aggiungere che, pur essendo nella stagione delle piogge a Bahir Dar, sulle rive del lago Tana, nel punto dove nasce il Nilo Azzurro (Abbay), dove forma maestose cascate, mancano l’acqua e la luce per circa 3-4 ore al giorno (l’acqua é mancata per un giorno intero…).
Per sopperire a questa carenza dovuta alla non ben organizzata rete idrica e alla vulnerabilità di accumulatori e collettori di kilowatt, dovremo procedere con l’installazione di una cisterna di raccolta (di notte l’acqua scorre più facilmente) e per ora abbiamo deciso di acquistare un generatore di circa 4 Kw ora. Il geometra locale che abbiamo ingaggiato per i lavori del laboratorio ci ha sconsigliati di procedere a scavare un pozzo in città, poiché le fognature sono tutte a dispersione e ci sono seri rischi. Mentre il pozzo che stiamo scavando a Bata (praticamente in aperta campagna) per l’allevamento ha una profondità di ca. 8 metri e fornisce molta acqua pulita.
Una breve digressione: l’aspetto fenomenico più eclatante che ci ha colpiti venendo sulla “scena” del progetto è l’immensa pubblicità sullo sviluppo tecnologico e indutriale della nazione che viene acclamato in maniera martellante sui cartelloni pubblicitari delle strade asfaltate dai “cinesi” e alla televisione etiope (ETV) , anche i palazzi degli uffici governativi e statali appaiono in una veste dignitosa , ma più ti addentri fra i quartieri popolari scopri le macro contraddizioni. Installazioni elettriche nelle case senza protezioni, le tubazioni di rame della rete idrica cittadina sporgono ogni tanto dalle strade argillose, al mercato cittadino di Bahir Dar una folla di piccoli rivenditori “in proprio” offrono i piccoli ortaggi del loro orto disseminati fra le bancarelle e il fango …..ognuno cerca di sopravvivere come può. Tantissime donne sedute su vecchi tele di yuta che propongono di tutto e di più (pezzi di ferro, chiodi, vecchie stoviglie, vecchie serrature ecc… una specie di “mercatino dei gaudenti” dove si cerca di garantirsi la sopravvivenza del giorno dopo… folle di bambini che per strada ti offrono sacchetti di limoni, banane e pannocchie di grano… Poi trovi anche piccoli negozi che ti offrono tutte le comodità che ci sono da noi (grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature elettroniche, utensili a strumenti elettrici di ogni tipo ed esigenza: tutto accessibile solamente a chi ha molti birr, vetrine immaginarie di benessere impossibile per la stragrande maggioranza della gente che si limita ad ammirare quello che difficilmente potrà mai comprare. Lo sconforto nel vedere queste cose porta alla mente ciò che diceva Don Camillo Torres ( il prete della Teologia della Liberazione in America Latina) “……se Gesù Cristo potesse riscendere sulla terra…prenderebbe un mitra e se ne andrebbe con i suoi guerriglieri….”. Ma questo è un altro capitolo della Storia… Torniamo al nostro progetto.
Per poter assumere ulteriori elementi di certezza sulla fattibilità del progetto siamo andati in delegazione all’ “Ufficio governativo per gli investimenti e lo sviluppo della regione Ahmara”, una specie di nostra camera di commercio.
Lì abbiamo incontrato il responsabile regionale a cui abbiamo illustrato le nostre intenzioni che sono state accolte con interesse e approvazione, ci ha pure confermato che abbiamo individuato una delle priorità elencate nella relazione regionale sulle opportunità di sviluppo del paese.
Questo plauso va esteso anche a tutti coloro che hanno creduto in questa iniziativa e che ci stanno sostenendo.
Dopo questo incontro, che ci ha rinfrancati a fronte di quelle che vedevamo come notevoli difficoltà, siamo passati ad una fase più operativa.
Innanzitutto abbiamo elaborato, assieme ai nostri partner, uno Statuto del Consorzio nel quale vengono stabilite le coordinate del progetto, inserendo negli obiettivi ulteriori possibilità di intervenire su tutte i settori della produzione zoo-tecnica e alimentare che l’autorità locale indica come priorità nelle necessità di sviluppo della regione al fine di espandere l’occupazione e creare migliori condizioni di vita per la popolazione. In futuro, quindi, il consorzio, una volta realizzata la produzione e la lavorazione del latte, potrà allargare la propria azione anche nel settore dell’agricoltura, dell ‘ allevamento ovicolo , dell’ allevamento di pesce (nella zona del lago Tana vivono più di 80 specie di pesci commestibili).
Elaborato lo Statuto siamo passati all’acquisto di un generatore da 3700 watt (12.000 birr – 530 euro-), abbiamo incaricato una piccola impresa del posto ad edificare la struttura del laboratorio , suddiviso in area di lavorazione e servizi (-44.000 birr –1800 euro- la posa delle fondamenta e l’innalzamento dei muri-), (la costruzione del piccolo edificio destinato a laboratorio costerà 12.850 euro – 308.400 birr). Sarà necessaria anche una cisterna per la raccolta dell’acqua della capienza di ca. 3000 litri (9000 birr – 402 euro ).
Impostata la direzione dei lavori siamo passati alla prima produzione di formaggio nel Gojjam: la prova è stata brillantemente superata accolta dall’entusiasmo dei nostri partner e dal giudizio positivo di alcuni abitanti del posto a cui lo abbiamo fatto assaggiare. Ci sono già pervenute richieste di acquisto delle nostre piccole produzioni, che non potremo evadere anche perchè in questo momento una delle nostre mucche è colpita da mastite e il latte, durante la pastorizzazione, si raggruma. Stiamo intervenendo con il veterinario per risolvere anche questa difficoltà.
Questo è tutto fino ad oggi , martedì 2 agosto. I lavori procedono e le prospettive ci sembrano buone “trotzallendem” (“nonostante tutto”).
Nel Gojjam non esiste un fiore particolare o caratteristico della regione, il “fiore” siamo noi e tutti i nostri sostenitori. Noi abbiamo iniziato a piantare il seme della speranza di un futuro migliore, da questo seme auspichiamo che nasca questo fiore che è il fiore di un futura di esistenza migliore per questo popolo depredato della propria dignità ed esistenza dai grandi gruppi multinazionali.

Un saluto, e alla prossima.
Claudio Rossi

Bacioni da Tena, Tesfay e Stella!

leggi la seconda parte del diario….

Rito gemellaggio Trento-Bata

Si discute

Arrivo a Bata

Claudio ci manda aggiornamenti:

Siano arrivati bene, la realta è LEGGERMENTE diversa da ciò che immaginavo. Qui i ritmi sono  “africani”……. manca l’acqua 5 o 6 ore al giorno e la corrente per intervalli di 2 o 3 ore al dì.
Tesfay ogni tanto chiede insistentemente di tornare a casa, poi si mette giocare e passeggiare con i parenti adulti senza problemi. Ho scattato alcune fotografie del campo di BATA (3.000 mq). Una mucca è incinta… facciamo 18 lt di latte al giorno. Iniziati i corsi artigianali per fare formaggio: abbiamo anche il negozio che li vende! Qui piove tanto di notte, di giorno 21-25 gradi. Le strutture dei progetti legati alla chiesa cattolica sono fortezze ultramoderne. Il cemento costa, il latte anche. Collegarsi via email o facebook è come vincere un ambo al lotto …
Mi farò sentire nei prossi mi giorni!!! Ciao anche da Tes che è qua che scalpita!